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Documentazione: Alfredo Pirri


sabato 9 maggio. Incontro con Corrado Bologna L'armonia del mondo

l'armomia del modo e la trasformazione di Barbara Goretti

Pensare all'armonia del mondo, individuarne il significato, il senso, afferrarne l'essenza coincide con la capacità di cogliere il susseguirsi di disarmonie intrinseche ad essa stessa.
Significa trasvolare nel divenire, nella trasformazione, attraversare il mondo in uno stato di continuo movimento che coinvolge energie, sensi, intelletto e corpo.
Di corpi, quelli celesti, e del loro moto si occupava Galileo Galilei per giungere all'affermazione di una nuova armonia dell’universo.
Questa nasceva così dalla negazione di se stessa o meglio, del suo ordine precostituito, si rigenerava nella rottura del suo equilibrio, risorgeva dai suoi stessi frammenti.
La modificazione del moto universale e il risultato armonico della comprovata disarmonia dei cieli coincideva con l'interruzione di un rettilineo, di un percorso unico volto ad un pensiero assoluto ed inequivocabile che diviene altro, diverso.
Una consonanza che risiede anche nella deformazione dell’immagine che la frattura non sempre polverizza, ma ridefinisce e riarmonizza.
Allo stesso modo l'invenzione artistica di Bernini e Borromini determinavano un nuovo moto, un susseguirsi di spirali, ellissi e linee spezzate; un fluire complesso di asprezze, interruzioni, disorientamenti che si sostituivano alla conclusa perfezione del cerchio.
Da questa ricerca della molteplicità, da queste plurime dissonanze può nascere ancora, oggi, una successione che non implica consequenzialità o gerarchie ma anzi, sollecita apertura e compenetrazione, accoglie e pretende stimoli per alimentare pensieri laterali in cui l'andamento dell'intelletto non debba rivolgersi verso quel rettilineo assoluto e determinato, ma abbia il desiderio e trovi il coraggio di praticare i sentieri delle differenze, delle trasformazioni.

Barbara Goretti

digressioni armoniche di Angel Moya Garcia

Possibilità, infinite e imprevedibili, si susseguono quotidianamente senza interruzione. Prediligere una scelta, piuttosto che un’altra, caratterizza e determina non soltanto il modo di essere, il dasein heideggeriano, ma anche e di conseguenza il non-essere. Questa dicotomia, definibile come una sorta di nuovo nichilismo, porta a percepire il reale come una dialettica tra la responsabilità e l’indecisione, tra la sicurezza e la coerenza dei pensieri e la divagazione pratica o titubanza degli atti.
Un caos di possibilità che innesca una serie di meccanismi in continuo movimento, un costante incremento e accumulo di digressioni che s’intrecciano illimitatamente fino a perdere un’armonia sempre più sfuggente, sempre più lontana e più ingannevole.
Infatti, poco è rimasto del paradigma dell’armonia del mondo. L’armonia delle sfere e la circolarità del mondo greco, poi ristrutturata e adattata da Nietzsche, o la linearità introdotta dal cristianesimo, rimangono ormai completamente obsolete davanti ai labirinti e al disordine della società contemporanea. Non esiste più né un eterno ritorno né un progresso incessante, né tantomeno religioni o ideologie in grado di rasserenare o incoraggiare l’esistenza. I fantasmi delle generazioni precedenti, distanti e completamente discordanti con quegli attuali, sono stati abbattuti e nascosti in un consapevole dimenticatoio. Seduti sull’orlo dell’abisso, le rivoluzioni sociali o politiche del passato diventano un’implosione poetica e intima nel presente, strettamente individuale e senza nostalgie. Accentando le rotture o frammentazioni come unico metodo per non rimanere intrappolati nel nulla, la natura contemporanea si distingue, così, attraverso una forte componente dissonante. Una congiunzione di rumori discordanti che creano un particolare stimmung del presente, il modo d’essere e di percepire il paesaggio della propria interiorità, inteso come un insieme di scompigli, di disordini, di scombussolamenti generici davanti a un vuoto esistenziale che non sembra voler sparire. Però è proprio quest’assenza di punti di riferimento, questa mancanza di orientamento, questa perdita dell’armonia, intesa come la coerente perfezione delle somiglianze, ciò che spinge a ricercare l’identità scomparsa. Un nuovo atteggiamento e un nuovo approccio con il reale in grado di cancellare definitivamente i pregiudizi culturali, nel senso descritto dalla fenomenologia di Gadamer, e in cui la duplicità tra armonia-disarmonia rimarrà soltanto come una proiezione psicologica dell’uomo sul mondo, appartenente a un passato trascurabile. Un nuovo paradigma dell’armonia, esplicitamente soggettivo e in continua evoluzione e trasformazione, attinente con la società globalizzata, in cui senza annullare le proprie identità, possano convergere le diversità come unico modo di trovare un equilibrio con la realtà circostante.


Angel Moya Garcia

Martedì 12 maggio. Incontro alla casa di Fernando Milani a Pistoia

La mela di Pistoia

- Buongiorno Fernando! Non lavori oggi?
- Devo cercare dei materiali, devo andare da Carlo...
- Ah, il ferramenta.
- Sì.
- Si è spostato in via della Madonna.
- Sì, sì, lo so. Mi faresti un caffè per favore?
- Eccolo, ci vuoi il latte?
- No guarda, va bene così.
- Ecco...
- Senti Franco mi conserveresti il giornale di oggi?
- C'è da chiederlo? Passa stasera, oppure domani mattina se hai tempo, comunque te lo metto da parte.
- Grazie, ecco: per il caffè...
- Ciao Fernando, buona giornata.
- Ciao.
Dal bar di Franco, proprio sotto casa sua, in Corso Gramsci, Fernando impiegava cinque minuti per arrivare al negozio di Carlo quando era ancora in Via Bozzi; ci andava a piedi, velocemente e quasi sempre poco prima della chiusura, così non trovava gente, perdeva poco tempo e poteva utilizzare tutta la giornata per lavorare, leggere.
Quel giorno invece percorreva la strada in bicicletta anche se il tragitto era breve: sarebbe stato sufficiente camminare lungo il Corso, fino alla fine e poi girare a sinistra, dove la strada incrociava Via della Madonna.
Ma aveva voglia di pensare, prendersi del tempo e attraversare i vicoli intorno al Duomo: in testa un'opera nuova, una scultura, ma diversa dalle ultime.
La settimana passata aveva ricevuto una lettera di Fausto Melotti: gli raccontava che era riuscito a vendere un lavoro, Scultura C (Infinito).
Avevano parlato a lungo di quell'opera, di cosa volesse veramente significare quel riferimento all'infinito per cui, con un certo disappunto di Fernando, Melotti aveva utilizzato persino la lettera maiuscola.
Si sentivano spesso, mai per telefono però, preferivano scriversi.
Avevano pochi anni di differenza, Melotti qualcuno più di lui, e spesso discutevano senza però mai negarsi uno scambio di idee: condividevano suggestioni in cui l'uno entrava nella soglia dell'altro fino a non saper più riconoscere da chi dei due era nata la visione.
Fernando sapeva cogliere l'intensità della materia, l'importanza della sua esistenza corporea, traducendola in immagini in grado di veicolarne la verità; l'immaginazione doveva alimentarsi dalla consapevolezza del reale, da cui, l'uomo non poteva prescindere, e a cui tanto meno l'artista poteva pensare di sottrarsi.
Fernando possedeva la straordinaria capacità di sentire la fisicità del mondo, trovarne la sintesi e offrirne il valore. Pensava sempre ad una visione globale, che non passava attraverso la singola opera ma si dispiegava nel suo percorso d'insieme, quello dei materiali, della loro povertà, degli accumuli lenti in cui sembrava materializzarsi il tempo, oltre che l'oggetto.
- Ehilà Fernando, e che ti è successo? Non è la tua ora solita!
- Buon giorno Carlo, pensavo che avessi già un sacco di gente...
- Sempre con il pensiero della gente...guarda che non ti mangiano mica...
- Ho sempre poco tempo.
- Sì, sì...dimmi che ti serve.
- Guarda vorrei vedere una molla.
- Una molla?
- Sì, una molla.
- Quanto grande?
- Mah... non so, come ce l'hai?
-Ho capito, te ne porto un po', vado a prenderle nel retro.
Con Carlo si conoscevano da tempo. Si erano incontrati ad una riunione del partito e da allora Fernando lo invitava ogni tanto nel suo studio: aveva notato in lui una personalità mite ma decisa, rispettosa, attenta.
Carlo all'inizio non gli aveva detto di avere una ferramenta, per discrezione, per evitare di farlo sentire condizionato, di spingerlo a comprare da lui...E poi come spiegare quella proprietà? Lui aveva ereditato la licenza dal patrigno; era un negozio grande, una sorta di camera delle meraviglie della materia - diceva Fernando - che Carlo aveva dovuto ricollocare in uno spazio più piccolo, quasi angusto, in via della Madonna, quando aveva ricevuto lo sfratto.
Fernando diceva che erano ormai entrambi accomunati dalla necessità esistenziale dell'accumulo, non fosse altro che per gli spazi minimi in cui si svolgevano le loro vite.
Era stato Carlo a presentare Lena a Fernando quando lui dovette farsi confezionare delle nuove tute.
Lei, per quanto giovane, lavorava da sempre come sarta ed era rimasta sorpresa e incuriosita da un uomo che, pur possedendo abiti di pregio sceglieva di indossare indumenti da operaio, da elettricista, sebbene non lo fosse.
Ma aveva anche capito che quello stesso uomo, così sfuggente e di poche parole, tendeva alla realizzazione più perfetta di un percorso coerente.
Lena era solita portare le tute confezionate direttamente a casa di Fernando, spesso lo trovava con i suoi amici artisti, scrittori o gente comune.
Un pomeriggio di settembre Fernando le aveva offerto un thè e le aveva presentato una donna.
Si chiamava Carla Lonzi ed era lì per organizzare una mostra di Fernando. In presenza di Lena parlarono poco di questo; Carla però volle sapere da lei cosa pensava della casa, dello studio di Fernando. Era un tema di cui Lena aveva già sentito parlare, Fernando lo chiamava "progetto di lettura globale", era convinto che la comprensione del suo lavoro dovesse avvenire all'interno stesso della sua casa.
- Ecco qua, guardale un po'. Com'è questa storia della molla?
- Mah, Carlo, ancora non so bene, ho in testa un lavoro nuovo.
- Una scultura?
- Sì.
- Con le molle?
- No, con l'acciaio delle molle. Si chiama acciaio armonico.
- Sì lo so, ma adesso che mi ci fai pensare, non so perché.
- Si chiama così perché ritorna alla posizione iniziale, per questo lo usano per le molle. E' come se portasse con sé già la sintesi dell'oggetto. Possiede l'armonia del reale.
- Pensi che il reale sia armonico?
- Penso che l'armonia sia nella ricerca della realtà, della verità e dell'aderenza alla materia che costituisce il mondo.
- Come quell'artista di cui mi parlavi? Quello che ti piace tanto perché dici che è rigoroso, severo...
- Mondrian?
- Sì, mi pare si chiami così.
- E' importante ricordare il suo nome.
- Perché?
- Per sostenere la sua posizione radicale nei confronti del rigore geometrico e del rifiuto di un'espressione emotiva che la tradizione artistica del suo paese si trascinava dietro, scelse di cambiare il suo nome, di operare una riduzione ai minimi termini partendo da se stesso: e Mondriaan, troppo olandese, divenne Mondrian.
- Quindi tu che sei così attento all'aderenza al reale potresti cambiare nome, potresti chiamarti Mela...la mela esiste realmente ed è già presente nel tuo nome...
Si guardarono negli occhi, Carlo non aveva mai valicato i confini dell'ortodossia severa di Fernando, pensò per un attimo di essersi spinto oltre e disse:
- Fernando, scusami...
- Non preoccuparti, sei come l'acciaio armonico, sempre nella giusta posizione...
E rise a lungo.

Barbara Goretti